Inserita in Cultura il 30/10/2013 da Redazione
ADDIO A SALVATORE COPPOLA, MAESTRO EDITORE TRAPANESE
Salvatore Coppola aveva iniziato nel 1984, facendo nascere la casa editrice omonima. Tanta era l’esperienza acquisita negli anni nel campo della distribuzione libraria scolastica. Dalla sua iniziativa sono nati libri come “Le siciliane” di Giacomo Pilati, che fu poi seguito da “Le altre siciliane”; “Festa dei morti” dello scrittore italo-americano Anthony Fragola, che tramite e-mail, giorni fa, mi aveva manifestato il suo dolore e la vicinanza all’amico editore, nonostante si trovasse a chilometri di distanza, nel North Carolina. Forse proprio a Salvatore Coppola e al testo che diede alle stampe devo la mia amicizia con Anthony. La magia di un libro, che unisce, è anche questa. È anche impegno però, lotta, e lui l’ha sempre dimostrato, nonostante le poche risorse offerte da una città come Trapani, nonostante le criticità riscontrate nel territorio. Come dimenticare, infatti, i “Pizzini della legalità”, nati nel 2006 a seguito della cattura del boss Bernardo Provenzano? Un unicum nel mondo dell’editoria, grazie alla caratteristica forma di block-notes con tanto di dorsi metallici; i cui proventi sono in parte destinati al finanziamento delle attività delle associazioni impegnate nella diffusione della legalità. Nel 2011, con la casa editrice Di Girolamo, aveva pubblicato il suo primo libro, “Il mio postino”. Un testo autobiografico, dedicato a Farah ed Elio, i figli che gli sono stati strappati via dall’ex moglie, finiti chissà dove. Anche lì ha dimostrato tenacia e impegno, non mollando mai nella ricerca dei suoi ragazzi, nella possibilità che potessero finalmente dialogare con lui e disintossicarsi da quel lavaggio di cervello di cui erano stati oggetto.
L’ultima volta che lo vidi fu d’estate, ai Magazzini d’Arte contemporanea, per la presentazione del libro “La busacchinara”, di Fosca Medizza. La casa editrice dell’opera non era la sua, ma che importava? Importante era esserci, dire la propria. Così infatti fece, con la garbatezza e competenza che lo distinguevano.
Il solito cappello in testa, la sigaretta tra le dita e le punte dei piedi sulle quali far leva. Così è apparso, così voglio immaginarlo lassù.
Marco Amico
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